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Arrival è lo sci-fi che aspettavamo da vent’anni

Solo applausi per il nuovo film di Denis Villeneuve con Amy Adams e Jeremy Renner

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Dovreste andare tutti a vedere Arrival quando arriverà nei cinema, il prossimo 17 gennaio. Perché è un film splendido, certo, ma anche perché è un film importante, soprattutto per chi è appassionato di vecchia fantascienza e, negli ultimi anni, ha sentito la mancanza di opere che si concentrassero sul suffisso -scienza, più che sul prefisso fanta-. È un film che parla di un’invasione aliena, ma non è né Independence DayLa guerra dei mondi; semmai, i suoi principali riferimenti – oltre al meraviglioso racconto Story of Your Life di Ted Chiang, che ha fatto da ispirazione per la sceneggiatura – sono le opere di Arthur Clarke, in particolare quelle legate a Rama, e per restare in ambito cinematografico l’immancabile Contact, vera (e sottovalutata) bibbia di un certo tipo di fantascienza negli ultimi vent’anni. Gli alieni di Arrival non sono aggressivi, non vogliono conquistarci né spazzarci via; la domanda che sottende a tutta l’opera non è «come facciamo a sopravvivere» ma «come facciamo a capire che cosa vogliono»: un presupposto semplice ma coraggioso, solitamente riservato a opere più piccole e meno ambiziose e che rende il film una celebrazione della scienza e della conoscenza, ma anche una metafora (neanche tanto sottile) dell’incomunicabilità tra esseri umani che sta rendendo il mondo un posto un po’ peggiore.

Il dettaglio più eccitante è che la cornice di tutto questo è un rigoroso studio di xenolinguistica (la disciplina che si occupa di lingue aliene, per la cronaca) condotto da un’esperta convinta che il linguaggio sia l’arma più potente che abbiamo, e che per capire gli alieni dobbiamo prima imparare a chiacchierare con loro.

I "gusci" con cui gli alieni sbarcano sulla Terra. Stando al film, sono alti più di 400 metri.

I “gusci” con cui gli alieni sbarcano sulla Terra. Stando al film, sono alti più di 400 metri.

Gli alieni arrivano subito, e senza troppe fanfare: assistiamo al loro sbarco indirettamente, studiando le reazioni di chi apprende la notizia dai tg o da Internet. Non li vedremo per un po’: prima, Denis Villeneuve (al suo esordio nella sci-fi più pura, un’ottima prova generale in vista di Blade Runner) ci presenta Louise (Amy Adams), docente di linguistica le cui qualifiche fuori dal comune le regalano una chiamata del governo; Louise viene invitata, insieme al fisico teorico Ian (Jeremy Renner), nel Montana, in uno dei dodici luoghi dello sbarco alieno. Il loro compito è quello di rispondere alla domanda fondamentale sulle creature: perché sono arrivate sulla Terra? Segue un lungo, estenuante (per loro) e affascinante (per noi) processo di scambio di idee e conoscenze: Louise insegna agli alieni i rudimenti del linguaggio terrestre, e intanto prova a decifrare il loro peculiare modo di comunicare, un linguaggio circolare e non-descrittivo che riflette una visione della realtà infinitamente diversa dalla nostra – aliena, appunto. Stiamo parlando di un modo di fare fantascienza che è raro, quasi introvabile al giorno d’oggi, e che lancia al contempo un messaggio fortissimo: in un dialogo con un membro dell’esercito, Louise spiega che (parafrasiamo) «i cinesi stanno provando a insegnare loro a parlare tramite gli scacchi, ma in questo modo gli insegneranno un linguaggio basato sul conflitto, fatto di vinti e vincitori» – il linguaggio classico della sci-fi d’invasione, insomma, che Villeneuve rifiuta per abbracciare la sana curiosità scientifica di chi si trova di fronte una creatura extraterrestre e vuole capire, non distruggere.

Verrebbe la tentazione di dire che «e il film è tutto qui», perché è vero: se da uno sci-fi vi aspettate azione, inseguimenti ed esplosioni siete capitati nel posto sbagliato. Non che manchino ritmo o tensione (soprattutto sul finale, travolgente), ma Arrival è più interessato a farci riflettere su cosa significhi comunicare, a discutere di relatività linguistica e dell’ipotesi di Sapir-Whorf e, su un piano di lettura più geopolitico che fantascientifico, a immaginare come il mondo reagirebbe a un evento così clamoroso – senza rinunciare a criticare più o meno sottilmente metà del pianeta, dagli eserciti dal grilletto facile a certe potenze straniere (Russia e Cina, guarda caso) che si farebbero bombardare dagli alieni di Independence Day piuttosto che condividere le loro conoscenze. E quindi, perché no, Arrival parla anche di come funziona la comunità scientifica e dell’importanza del dialogo (tra esperti, tra generali dell’esercito, tra popoli), e pure del dramma personale di Louise, che oltre che linguista è anche madre che ha perso la figlia adolescente per un cancro.

Louise (Amy Adams), interprete eccezionale nonostante passi metà del tempo sigillata in una tuta antiradiazioni.

Louise (Amy Adams), interprete eccezionale nonostante passi metà del tempo sigillata in una tuta antiradiazioni.

Giusto per continuare con le lodi sperticate: questo ponderoso impianto teorico, affascinante per i nerd ma potenzialmente respingente per tutti gli altri, si appoggia su una messa in scena pazzesca, sporca e realistica senza rinunciare a momenti di poesia (Villeneuve ha un colpo d’occhio notevole per i campi lunghi) e ad altri più sperimentali, quasi autoriali. Non c’è un’inquadratura sprecata o superflua – abbiamo apprezzato in particolar modo la scelta di infilare spesso i “gusci” alieni sullo sfondo, in secondo piano, come una presenza incombente che informa ogni decisione presa dagli esseri umani –, non c’è una scena che duri un secondo di troppo, c’è soprattutto un ritmo che mai avremmo attribuito a un film così teorico.

Cose che non vanno? Ce ne sono, o quantomeno c’è da discuterne, ma per farlo bisognerebbe entrare in pieno territorio spoiler (e per quello vi rimandiamo ai commenti su Facebook). Sono anche gli unici dettagli che potrebbero non piacere e che potrebbero farvi cambiare idea sul film, soprattutto se vi siete appassionati più al lato linguistico/scientifico della faccenda che ai suoi protagonisti. È il rischio che si corre quando si fa un’opera coraggiosa con un messaggio così forte (tanti, in realtà); e soprattutto non stiamo parlando di errori, ma di scelte consapevoli e funzionali: a qualcuno potranno non piacere, altri le adoreranno, ma soprattutto spingeranno alla discussione, al confronto, allo scambio d’idee – a comunicare, insomma, invece di trincerarsi dietro le proprie convinzioni. E quanto è grande un film che trasporta il suo messaggio più potente anche fuori dallo schermo?

(se volete approfondire il discorso linguistico portato avanti dal film, e scoprire tra l’altro quanta cura è stata riversata in Arrival, consigliamo la lettura di questo post, scritto dalla persona che ha inventato il linguaggio degli alieni)

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