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Il caso Covfefe dimostra la poca confidenza di Trump con la tecnologia

La parola del giorno è “covfefe”. L’ha utilizzata Trump in un misterioso tweet stamattina. Ma cosa c’è dietro?

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Covfefe è la parola del giorno, impossibile che siete arrivati a stasera senza averla letta, sentita, usata sui social o condivisa. Nel caso, però, vi foste persi la notizia del giorno, leggete questo tweet di Donald Trump, il presidente degli Stati Uniti d’America.

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“Despite the constant negative press covfefe” è la frase del giorno. Molto probabilmente Trump avrebbe voluto scrivere “coverage”, ovvero copertura, ma la frase è uscita così: misteriosa, tronca e, chissà, forse molto più profonda di quanto non riusciamo a capire. D’altronde lo stesso Trump, forse accortosi della gaffe e in vena di autoironia, o di sibilline dichiarazioni, ha twitttato un altro messaggio poco dopo chiedendo a tutti di indovinare il reale significato di covfefe. D’altro canto, una volta cominciata la catena dei meme, è impossibile fermarla, e dunque, meglio riderci su, o, nel caso di molti social media manager, cavalcare la moda, perché oggi è stato davvero impossibile resistere al covfefe.

Dopo aver riso, però, proviamo a darci una spiegazione. Trump non ha un buon rapporto con la tecnologia, è evidente. È un uomo di settant’anni, di una generazione analogica, e come tanti coetanei più o meno famosi, ha le sue difficoltà a gestire la contemporaneità, soprattutto applicata al suo ruolo istituzionale. Non c’è nulla di male a usare approssimativamente gli strumenti tecnologici, a meno che tu non sia il presidente degli USA e con un tweet possa scatenare una reazione mondiale. Non è la prima volta che succede, ed è evidentemente un sintomo di un problema più profondo che, Trump, ha con il ruolo che gli compete. È evidente che piuttosto che adattarsi alla carica, il neo-presidente voglia adattare la carica alla sua persona, attraverso le sue strategie di comunicazione privata. Il suo rapporto con lo smartphone presidenziale ne è la dimostrazione: sin dal primo giorno, infatti, l’intelligence ha dovuto gestire la questione in maniera delicata. Inizialmente, Trump voleva continuare a utilizzare il suo telefono Android, evitando le misure di sicurezza che, ovviamente, caratterizzando il cellulare presidenziale. Solo in un secondo momento ha accettato di utilizzare un iPhone, generalmente più sicuro, e sottostare al volere dell’intelligence, che gli ha concesso Twitter come unica App installata sul dispositivo.

La gestione dello smartphone, però, non è l’unico punto di contrasto tra lo staff presidenziale e Trump, visto che, come racconta Associated Press, a quanto pare il tycoon statunitense vorrebbe che le comunicazioni con gli altri leader avvenissero tramite il suo numero privato, aggirando il protocollo classico che garantirebbe la riservatezza e la tracciabilità interna delle conversazioni. D’altronde, l’uso di cellulari personali è estremamente pericoloso perché, come sappiamo, possono essere hackerati. È successo alla Merkel e lo stesso Obama, nel 2016, fu costretto per motivi di sicurezza a comunicare con un modello base di Blackberry. L’altro motivo per cui sarebbe meglio che Trump ascoltasse i membri dello staff e gli agenti della sicurezza è una questione di tipo legale: secondo il Presidential Act del 1981, tutte le comunicazioni ufficiali del presidente devono essere registrate e conservate, motivo per cui il tweet di stamattina è stato cancellato soltanto dopo sei ore. Nel 2014 la legge è stata aggiornata per includere anche la posta elettronica, ma non specifica nulla riguardo le conversazioni al cellulare.

Quello che è certo è che dietro a una parola scritta in maniera distratta, probabilmente per errore, si cela una piramide di episodi stranianti, che dimostra ancora una volta che la diplomazia, intesa come strategia di comunicazione, non è il punto forte di Trump, nonostante lui non riesca a rendersene conto.

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