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Ecco come Facebook decide cosa puoi pubblicare

Il The Guardian ha pubblicato alcuni dei criteri utilizzati dai moderatori Facebook per decidere se un contenuto debba essere cancellato e a quanto pare la scelta in molti casi dipende dalla loro sensibilità

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Nell’epoca delle fake news e dell’esplosione di violenza online Facebook ha il compito ingrato e difficile di valutare cosa è lecito condividere sulla propria piattaforma. Il social network utilizza un algoritmo per decidere se un contenuto viola o meno le sue linee guida ma si affida anche ad un team di moderatori composto da 4.500 persone, che l’anno prossimo crescerà di ulteriori 3mila unità. Il The Guardian è riuscito a visionare gli oltre 100 manuali interni che raccolgono le direttive di Facebook in merito ad argomenti come violenza in generale e sui minori, hate speech, terrorismo, autolesionismo, pornografia e razzismo. Questi testi trattano persino di cannibalismo e truffe sportive.

Il the Guardian ha pubblicato alcune delle linee guida adottate dai moderatori di Facebook e leggendole vi renderete conto che non sono propriamente trasparenti:

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– Un’affermazione come “Qualcuno spari a Trump” va cancellata perché il soggetto rientra nella categorie di persone considerate sensibili. “Fottiti e muori” o “Rompi il collo a quella, e assicurati di premere più che puoi sulla gola” sono invece lecite perché non vanno considerate come minacce reali. Lo stesso vale per frasi come “Spero che qualcuno ti uccida“. Facebook sottolinea che le persone usano espressioni violente online per sfogare la propria frustrazione e soprattutto si sentono libere di farlo perché la comunicazione mediata dalla piattaforma manca dell’empatia tipica di quella faccia a faccia. Il moderatore deve quindi agire solo quando abbia il sentore che dietro le minacce ci sia un piano di mettere in atto la violenza.

– I video di morti violente possono essere accettabili in alcuni casi perché possono aiutare a creare consapevolezza su temi come l’autolesionismo, i disturbi mentali e i crimini di guerra.

– Determinati contenuti con violenza sui bambini (non sessuale) e bullismo non devono sempre essere cancellati a meno che non ci siano elementi sadici o celebrativi. Questo tipo di post secondo Facebook possono contribuire ad aiutare l’identificazione del bambino per fornirgli supporto e aiuto.

– I video sugli aborti sono permessi, a meno che non mostrino nudità.

– Immagini di violenza sugli animali sono permesse sempre se non c’è intento celebrativo e non siano troppo disturbanti. Cosa possa urtare o meno la sensibilità degli utenti su questo tema risulta piuttosto fumoso.

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– Facebook ha introdotto nuove policy riguardanti la nudità dopo le critiche per la cancellazione dell’iconica foto della bambina vietnamita che piange ustionata dal Napalm e ha dato maggior peso al carattere informativo del singolo contenuto. Il The Guardian ha portato l’esempio delle vittime dell’Olocausto.

– Facebook consente di trasmettere in diretta tentativi di autolesionismo perché non vuole censurare le persone che soffrono

– Chiunque dispone di oltre 100mila follower viene considerato un personaggio pubblico e la sua privacy viene quindi limitata

L’inchiesta del The Guardian ha messo in luce che spesso la valutazione dei contenuti è lasciata alla discrezionalità del moderatore e può trasformarsi in autentica censura. La verità è che Facebook al momento non ha gli strumenti per gestire il problema in modo sistematico. La piattaforma è cresciuta troppo velocemente ed è praticamente impossibile controllare ogni video, foto o post condiviso dai suoi 2 miliardi di utenti, pari ad un terzo della popolazione globale. Ogni settimana ad esempio vengono scoperti 64 milioni di profili fake e spesso i moderatori hanno meno di 10 secondi per decidere se un post debba essere cancellato. Fenomeni come quelli del revange porn, ovvero la diffusione di foto intime da parte di ex fidanzati con il solo scopo di vendicarsi, sono tra i più difficili da combattere e dimostrano tutti i limiti delle policy adottate da Facebook, che risultano piuttosto inconsistenti e confuse. La stessa Monika Bickert, ‎Head of Global Policy Management di Facebook, ha ammesso che inutile tracciare una linea tra ciò che è lecito e cosa non lo è perché “ci saranno sempre delle aree grigie“.

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Una questione molto simile è stata affrontata qualche anno fa anche da YouTube con il cosiddetto scandalo “Vividown”. Nel 2013 La Corte di Cassazione di Milano ha assolto tre manager di Google per non aver rimosso preventivamente un video che mostrava le violenze subite da un bambino affetto dalla Sindrome di Down da parte dei compagni di scuola. Il tribunale ha ritenuto che fosse impossibile per YouTube bloccare preventivamente un contenuto vista l’enorme mole di video ogni giorno condivisi sulla piattaforma. Nella sentenza viene specificatamente fatto riferimento alla “complessità tecnica di un controllo automatico”. Facebook, così come tutte le aziende che offrono uno spazio di condivisione in Rete, hanno l’obbligo di dotarsi di strumenti di moderazione ma il problema di valutare caso per caso rimane enorme. “Una cosa è quando sei una piccola comunità online con un gruppo di persone che condivide principi e valori – ha sottolineato l’esperta di content moderation, Sarah T Roberts – un’altra quando raccogli larga parte della popolazione mondiale e dici ‘mostra te stesso’. Se poi decidi di monetizzare da questa pratica la situazione diventa disastrosa“. D’altra parte sono molti i casi in cui ciò che viene pubblicato online ha effetti sulla vita reale e si rende evidente la necessità di un organo di controllo. Diversi youtuber hanno pagato caro la scelta di condividere determinate tipologie di contenuti e non bisogna dimenticare il caso di Alfredo Mascheroni, il ragazzo che è stato accusato ingiustamente di essere un pedofilo a causa di un SMS diventato virale. La verità è che senza un’adeguata educazione digitale da parte degli utenti Facebook potrà fare ben poco per arginare la violenza e la disinformazione.

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