Guida per riconoscere le bufale su Internet

Non fatevi fregare da titoli sensazionalisti e contenuti shock: ecco come distinguere il vero dal falso

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L’inventore di Internet sostiene che, quando diede vita alla più importante innovazione tecnologica del XX secolo, non si aspettava che sarebbe finita con il diventare la casa di porno e gattini. Chissà se si aspettava, invece, che una delle parole d’ordine di questi anni in Rete fosse il nome di un bovino (o di un formaggio): bufala, un termine-contenitore che comprende notizie false, non confermate, voci di corridoio, voli pindarici, disinformazione. Le bufale sono sempre esistite nel mondo dell’informazione, ma la Rete le ha fatte esplodere: chiunque può, con il minimo sforzo, creare un sito dal quale diffondere notizie false, e la fretta di pubblicare a tutti i costi che attanaglia i quotidiani online non aiuta il fact checking. Alla ricerca della verità si è sostituita la ricerca del clic facile, al controllo delle fonti la voglia di andare online il prima possibile; e così, regolarmente, il panico incontrollato si diffonde su bacheche e feed di Twitter, fino ad arrivare alle home page di importanti e prestigiosi (?) quotidiani.

Gli esempi sono infiniti. Solo settimana scorsa si era diffusa la voce che il nuovo ddl del governo avrebbe reintrodotto le odiate penali per il cambio di operatore telefonico. Una volta al mese, qualcuno diffonde su Facebook improbabili rivendicazioni su privacy e dati personali. Persino i nostri sogni di bambini non scampano al virus della bufala. E non importa quanti siti si dedichino alla scientifica demolizione di informazioni sbagliate: sotto sotto, anche se non lo ammettiamo, ci piace scandalizzarci e credere alle verità più assurde. Ma dalle bufale ci si può anche difendere, e non serve che sia un esperto a spiegarci come: basta saperle individuare. Noi di YouTech abbiamo deciso di stilare una piccola “guida per riconoscere le bufale”, pochi, semplici accorgimenti per non credere a tutto quello che vi rifilano su Internet. Volete seguirci?

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Primo passo: non fidatevi

Non fa differenza che si tratti di una catena di Sant’Antonio, di un post su Facebook o di una notizia su Repubblica.it: la bufala è sempre in agguato, ed è meglio diffidare di qualcosa per poi cambiare idea dopo una verifica, piuttosto che credere a qualcosa e venire poi smentiti dalla realtà dei fatti.

Esempio: nel 2012 si diffuse la voce che Barilla, dopo essere passata in mano americana, aveva cominciato a usare farina ammuffita per produrre la sua pasta. Facile crederci perché la sfiducia verso le multinazionali è generalmente più forte della voglia di controllare su Wikipedia che (per esempio) non è vero che Barilla è americana.

Secondo passo: non condividete finché non avete controllato

Una bufala funziona se è virale. Se avete il dubbio che una notizia possa essere falsa, fermatevi un attimo prima di condividerla su Facebook – a meno che non abbiate tra i contatti qualcuno più esperto di voi, in tal caso, con tutta la prudenza del mondo, condividete e chiedete un parere. Rischiate comunque di regalare clic a un bufalaro, ma potreste quantomeno essere i primi a smascherare il falso.

Esempio: la bufala sulla privacy di Facebook è diventata virale perché condivisa da migliaia di persone sul social stesso.

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Terzo passo: imparate a leggere la notizia

Avete davanti a voi un pezzo che sospettate essere una bufala. Come fate a capirlo? Innanzitutto, guardate com’è confezionato. È scritto in italiano stentato? È pieno di contraddizioni? Cita nomi di fantomatici scienziati senza riportare uno straccio di link? Abbastanza per far schizzare il bufalometro. In generale, se una notizia è priva di fonti, link, riferimenti, e nonostante questo ha un contenuto shock, è quasi sicuramente falsa.

Esempio: circolava, nel 2010, questa immagine, che mostrava il fondo di una confezione di latte; secondo i complottari, il latte confezionato viene venduto anche dopo essere scaduto, perché ripastorizzato cinque volte per mandare via il cattivo sapore. Nessuno ha mai saputo citare una fonte valida per questa notizia (eppure il Codacons ha dovuto rilasciare una smentita ufficiale).

Quarto passo: imparate a leggere dietro la notizia

Il fatto che un articolo sia pieno di link, fonti e riferimenti non è garanzia di veridicità. C’è fonte e fonte: non fermatevi mai al primo clic, ma cercate sempre di ricostruire il percorso della notizia, fino ad arrivare alla fonte primaria. Che non necessariamente è un sito autorevole e ben conosciuto: anche Repubblica, Corriere e il Fatto possono sbagliarsi. Si citano dichiarazioni di questo o quel politico? Andate in cerca del video dove vengono pronunciate quelle frasi, o del comunicato stampa ufficiale. Mettere in bocca a qualcuno parole che non ha mai pronunciato è facilissimo, in Rete.

Esempio: il recente caso di Repubblica che copia Lercio. Qui la notizia pareva affidabile, in fondo proveniva da uno dei più importanti quotidiani nazionali. Peccato che fosse tutto falso, e in un paio di passaggi si poteva risalire a Lercio – ossia un sito di satira.

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Quinto passo: usate Google!

State leggendo una notizia in cui un ente, un’associazione, un’università viene indicata come fonte della notizia? Cercate su Google se esiste davvero. Vengono citate dichiarazioni di un politico? Prendete la citazione, copincollatela su Google e controllate se viene ripresa anche da altri siti, di che siti si tratta e da dove loro hanno recuperato quelle parole. Magari non sarà sempre vero che “se non esiste su Google, non esiste e stop”, ma…

Esempio: vi ricordate le “caraffe filtranti che rendono l’acqua non potabile“? Venivano supportate da fantomatiche dichiarazioni dell’allora ministro della Salute Balduzzi. Dichiarazioni che, se cercate su Google, non davano alcun riscontro, se non tra i siti che stavano diffondendo la bufala.

Sesto passo: non fidatevi degli esperti

O meglio: solo perché in un pezzo viene citato “l’esperto X che ha spiegato…”, non significa che il fantomatico signor X sia davvero un esperto, o sia qualificato per parlare dell’argomento. Controllate sempre chi è a parlare (Google, ancora una volta aiuta), qual è il suo curriculum, in che università o istituto di ricerca lavora, se questa università esiste davvero. E ricordatevi che su Internet siamo tutti esperti, fino a prova contraria: a volte al giornalista basta avere un virgolettato per essere soddisfatto (e, nel caso, addossare la colpa all’esperto in questione).

Esempio: quest’estate si era diffusa la voce che un particolare trattamento dentale causasse il cancro. A dirlo era un presunto esperto, Joseph Mercola, osteopata (e già qui dovrebbe venirvi un dubbio…). Cercandolo su Google si scopre che Mercola è un fiero sostenitore delle “medicine alternative”, che la FDA americana gli ha ordinato di smetterla con la propaganda antiscientifica e illegale, che le sue parole non sono da prendere sul serio.

 

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Settimo passo: informatevi in prima persona!

Si fa un gran parlare di citizen journalism e di persone comuni che creano storie e notizie tanto quanto i giornalisti professionisti. Siamo tutti giornalisti, grazie a Internet? E allora diventiamolo davvero! Se leggete che, per esempio, la Regione Lombardia vuole mettere fuorilegge i kebab perché «attirano gli immigrati», prendete il telefono, chiamate in Regione e chiedete spiegazioni – non c’è motivo perché non debbano rispondervi. Scrivete mail, tormentate via social i soggetti coinvolti nella presunta bufala: è (anche) nel loro interesse confermare o smentire una notizia shock, o che li mette in cattiva luce.

Ottavo passo: affidatevi agli esperti (quelli veri)

In Rete è pieno di siti che si occupano di smontare le bufale: Il Disinformatico, Snopes, Medbunker, Bufale & Dintorni, Bufale.net, Bufale un tanto al chilo, Valigia Blu… se pensate di aver trovato una bufala, controllate che non ne abbiano scritto anche loro. E ancora una volta, usate Google! Cercate le parole chiave della notizia e aggiungeteci “bufala”: tra i risultati potreste trovare la risposta che cercate.

PS: da qualche parte in questo articolo abbiamo nascosto una piccola bufala, un “errorino” minuscolo, e voluto, per mettere alla prova le vostre capacità di osservazione. Sapete trovarla?

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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