I social? L’eroina delle nuove generazioni

In una lunga intervista a Inside Quest, Simon Sinek prova a spiegare il perché dell’eterna insoddisfazione dei Millennials

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I millennials, ovvero la classe di nati a partire da metà degli anni ’80 e che, di fatto, ha vissuto il passaggio tra i due millenni nel pieno dell’età della “formazione”, sono il centro del mondo della comunicazione, ma sono anche il simbolo di un periodo complicato della storia dell’uomo. Prigionieri di un eterno presente pieno di possibilità, ma spesso incapaci di concretizzarle, si trovano in molti casi in grave difficoltà a sostenere le responsabilità e lavorare per essere felici. Si è detto che la colpa è di Facebook, della dipendenza dalle nuove tecnologie, dai videogiochi e del cronico disimpegno politico e morale, ma se queste fossero gli effetti di cause più profonde? Secondo Simon Sinek, scrittore britannico ed esperto di marketing e motivazione, la colpa dell’incapacità di crescere e vivere da adulti è da attribuire a quattro concause: i genitori, la tecnologia, l’impazienza esistenziale e l’ambiente nel quale si cresce. L’ha raccontato e spiegato nel dettaglio in un’intervista, tenutasi a settembre, al portale Inside Quest, e diventata virale in Italia grazie alla condivisione della pagina Facebook Efficacemente. Se volete ascoltare Sinek, potete andare in calce alla news e guardare il video. Se invece non avete venti minuti da dedicare alla visione, o se non parlate bene l’inglese, ve la riportiamo qui di seguito, tradotta in italiano per voi. Buona lettura!

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Non mi è ancora capitato di fare un discorso o un incontro di qualche tipo dove non mi venga fatta LA domanda sui millennial. Qual è questa domanda? A quanto pare i millennial, che sono un gruppo di persone nate dal 1984 in avanti, sono difficili da trattare, vengono accusati di sentirsi dei privilegiati, dei narcisisti interessati solo a loro stessi, gente incapace di concentrarsi, gente pigra… gli adulti non li capiscono, e quindi gli chiedono «che cosa volete dalla vita?», e la loro risposta è «voglio lavorare in un posto che mi dia uno scopo», che è molto bello!, «voglio lasciare il segno», qualsiasi cosa significhi, «vogliamo cibo gratis e poltreone a sacco», e qualcuno di loro riesce a trovare uno scopo alla sua vita, a ottenere cibo gratis e poltrone a sacco, eppure per qualche motivo non sono comunque felici, perché gli manca un pezzo. Quello che ho imparato è che le cause sono quattro: i genitori, la tecnologia, l’impazienza e l’ambiente.

La maggior parte dei millennial è stata cresciuta, e non lo dico io, con strategie genitoriali fallimentari: per esempio gli viene detto che sono speciali, sempre e comunque, che possono avere quello che vogliono dalla vita solo perché lo vogliono; alcuni sono entrati in classi di eccellenza non perché se lo meritassero, ma perché i genitori si sono lamentati con gli insegnanti. Ci sono quelli che prendono bei voti non perché se li meritano, ma perché i loro genitori si sono lamentati. Ci sono quelli a cui danno “medaglie di partecipazione” per essere arrivati ultimi! La scienza è molto chiara su questo, un gesto del genere riduce il valore della medaglia e l’importanza di venire ricompensati per il proprio lavoro, e in più non aiuta neanche la persona che l’ha ricevuta, che anzi si sente imbarazzata, perché ha ottenuto un premio che non si meritava. Ora, prendi queste persone, che magari si laureano, trovano un lavoro e vengono gettati nel mondo reale, e lì scoprono immediatamente che non sono speciali, che non verranno promossi grazie all’intervento della mamma, che se arrivano ultimi non vincono nulla e che non puoi avere qualcosa solo perché la vuoi. E in un attimo l’immagine che si sono costruiti di loro stessi va in pezzi, e ci ritroviamo con un’intera generazione che cresce con un’autostima più bassa di quelle delle generazioni precedenti. In pià, viviamo in un mondo di Facebook e Instagram, dove siamo diventati bravissimi a mettere i filtri alle cose, e a far credere alla gente che la nostra vita sia meravigliosa anche se siamo depressi. Sembrano tutti così duri, così convinti di aver capito tutto, quando in realtà c’è molta debolezza e in pochi hanno davvero capito qualcosa, anche se quando parlano con gli adulti sembra che non sia così. Un’intera generazione con l’autostima bassissima, e non è colpa loro! Gli è solo andata male.

Ora, aggiungiamo la tecnologia al mix. Utilizzare i social e gli smartphone rilascia una sostanza chimica che si chiama dopamina, che è il motivo per cui quando riceviamo un messaggio ci sentiamo bene. È capitato a tutti: ti senti un po’ giù, un po’ solo, quindi scrivi “ciao” a dieci amici perché sai che quando ti risponderanno ti sentirai meglio. È il motivo per cui contiamo i like, per cui controlliamo Instagram dieci volte al giorno per capire perché non sta crescendo quanto dovrebbe – non piaccio più ai miei amici? Ho sbagliato qualcosa? Pensa solo a quanto è traumatico per un giovane venire “defriendato”. La dopamina ti fa stare bene, è per questo che continui a cercare la botta: è la stessa sostanza che ci fa star bene quando fumiamo, quando beviamo e quando giochiamo d’azzardo. In altre parole, causa dipendenza! Ci sono limiti di età per il consumo d’alcool e per le sigarette, però non ce ne sono per i social e i cellulari. È come andare da tuo figlio e dirgli “ehi, questa faccenda di diventare adolescente ti deprime? Ecco l’armadio degli alcolici”. Perché di fatto questo è, no? Abbiamo tra le mani un’intera generazione che, grazie ai social e ai cellulari, ha accesso a una sostanza chimica che causa dipendenza e ti intorpidisce i sensi. E questo durante la loro adolescenza: perché è così importante? Perché quasi tutti gli alcolisti scoprono l’alcool durante l’adolescenza. Quando siamo molto giovani, l’unica approvazione di cui abbiamo bisogno è quella dei nostri genitori, ma quando entriamo nell’adolescenza entriamo in una fase di transizione durante la quale cerchiamo l’approvazione dei nostri pari – una fase molto frustrante per i nostri genitori, ma molto importante per noi, perché ci consente di accrescere la nostra cultura al di fuori del nucleo familiare, di entrare in contatto con il resto della tribù. È un periodo molto stressante delle nostre vite, genera molta ansia, ed è un periodo durante il quale dovremmo imparare a fidarci dei nostri amici. Alcuni, però, magari per caso, scoprono l’alcool e gli effetti della dopamina sul loro umore, e scoprono che li aiuta a gestire gli stress dell’adolescenza; interiorizziamo questo atteggiamento e per tutto il resto della loro vita, ogni volta che si sentono stressati, non si rivolgeranno a un amico, ma alla bottiglia. Stress sociale, economico, lavorativo… sono questi i motivi per cui gli alcolisti bevono, no? Quello che succede con i millennial è che gli stiamo dando accesso illimitato a questi device che producono dopamina, e questo fatto sta diventando naturale per loro, con la conseguenza che molti giovani non sanno come formare relazioni durature e significative – loro stessi dicono che i loro amici sono superficiali, che non possono contare su di loro, che si divertono con loro ma che sanno che spariranno alla prima occasione buona. Non riescono a coltivare relazioni significative perché non hanno mai modo di allenare le loro capacità sociali, e non hanno la capacità di gestire lo stress: così, non appena questo fa capolino nelle loro vite, si rivolgono immediatamente a questi oggetti che offrono loro un sollievo temporaneo. Lo dice la scienza, la gente che spende troppo tempo su Facebook è mediamente più depressa di chi ne spende poco. È una questione di misura: l’alcool non fa male, troppo alcool uccide. Giocare d’azzardo può essere divertente, ma giocare troppo è una dipendnza. Non c’è nulla di male negli smartphone e nei social, il problema è la misura. Se sei a cena con amici e stai mandando un messaggio a qualcuno che non è lì, hai un problema, hai una dipendenza. Se sei in una riunione, insieme a gente con la quale teoricamente dovresti interagire, e metti il telefono sul tavolo, non mi interessa se a faccia in su o in giù, stai mandando un messaggio implicito al resto della stanza: non siete importanti per me in questo momento. E se non riesci a mettere via il telefono significa che hai una dipendenza. E come tutte le dipendenze finirò per distruggere le tue relazioni, ti costerà tempo e denaro e ti peggiorerà la vita.

Quindi riassumendo: abbiamo una generazione con l’autostima molto bassa che non ha sviluppato le contromisure per combattere lo stress. Aggiungici l’impazienza: i millennial sono cresciuti in un mondo di gratificazioni istantanee. Vuoi comprare qualcosa? Vai su Amazon e il giorno dopo ce l’hai. Vuoi vedere un film? Apri il tuo servizio di streaming preferito e ce l’hai, non devi neanche controllare gli orari. Vuoi vedere una serie tv? “Bingia”! Non devi neanche aspettare una settimana per la puntata successiva. Conosco persone che aspettano che una stagione sia finita per potersela guardare tutta di fila! Gratificazione istantanea. Vuoi uscire con una persona? Non devi neanche imparare come si fa a sedurre qualcuno, non devi allenare le tue capacità sociali, non devi neanche imparare a gestire il disagio di non sapere se quel sì era davvero un sì o un no… basta swipare a destra e boom, sei uno stallone! Non devi neanche imparare a gestire il rifiuto, puoi avere tutto quello che vuoi istantaneamente. A parte la soddisfazione di un buon lavoro, o di una relazione stabile e forte: per quello non esistono App. Sono processi lenti, complessi, incasinati e scomodi. Continuo a incontrare questi ragazzi fantastici, intelligentissimi, che si sono appena laureati e hanno cominciato a lavorare, e gli chiedo “come va il lavoro?” e loro mi rispondono “mah, penso che mi licenzierò”; e se gli chiedo perché mi dicono “non sto lasciando il segno”, e a me viene da rispondere “sei qui solo da otto mesi!”. È come se stessero ai piedi di una montagna, con questo concetto astratto che si chiama “lasciare il segno”, e questo concetto è la cima della montagna. Il problema è che non vedono che c’è la montagna! Non è importante arrivare in cima in fretta, o lentamente, è importante riconoscere che c’è la montagna. I millennials devono imparare la pazienza, devono imparare che ci sono cose che contano davvero (l’amore, la soddisfazione professionale, la felicità, amare la vita) e che queste cose richiedono tempo e lavoro. Magari puoi prendere qualche scorciatoia ogni tanto, ma il viaggio è lungo e duro e difficile e se non chiedi aiuto a nessuno finirai per cadere giù dalla montagna. O magari, è l’ipotesi peggiore ma sta già accadendo, il tasso di suicidi tra i giovani salirà; sta già salendo, stanno aumentando le morti accidentali per overdose, ci sono sempre più ragazzi che mollano la scuola perché sono depressi… on si era mai visto prima. Lo scenario migliore, anche escludendo i casi più estremi, non è tanto meglio: rischiamo di avere un’intera generazione che vive senza mai essere veramente felice, senza mai trovare l’amore, o la soddisfazione sul luogo di lavoro. «Come va in ufficio?» «Mah, bene, il solito» «E l’amore?» «Mah, bene, il solito». E questa, ripeto, è l’ipotesi più ottimistica.

Il che mi porta direttamente al quarto punto, l’ambiente in cui i millennial crescono. Abbiamo questa meravigliosa di ragazzi fantastici a cui è andato tutto male, e li mettiamo in ambienti aziendali che si interessano più ai numeri che agli esseri umani, più ai ricavi nel breve termine che alla vita di queste persone, più al singolo anno che al lungo periodo. In pratica, li stiamo mettendo in contesti che non li aiutano a sviluppare la fiducia in loro stessi, a imparare a lavorare con gli altri, a superare le sfide del mondo digitale, a trovare un equilibrio. Non li aiutiamo a superare il loro bisogno di gratificazione istantanea, e a insegnare loro la bellezza e l’importanza di lavorare duro e a lungo, una soddisfazione che non puoi ottenere in un mese, neanche in un anno. E la cosa peggiore è che quando si ritrovano in questi contesti si addossano tutta la colpa. Io cerco sempre di spiegare loro che non è colpa loro, è colpa delle aziende, è colpa della mancanza di leadership nel mondo contemporaneo, è per questo che si sentono così. Mi piacerebbe che la società e i genitori facessero di più, ma non lo fanno, quindi quando i giovani arrivano nel mondo del lavoro sta alle aziende rimettere insieme i cocci. E quindi dobbiamo lavorare sempre più duramente per capire come aiutarli a costruire le loro capacità sociali. Non bisognerebbe mai portare i cellulari nelle sale riunioni, se sei seduto in una stanza in attesa che cominci una riunione non dovresti stare piegato sul cellulare, non è così che nascono i rapporti umani. Le relazioni significative nascono dalle piccole cose, per esempio chiedere a un collega come sta suo padre che è in ospedale, magari lui risponde «oh, sta bene, è uscito», io rispondo «bene, sono contento», ed è con queste piccole cose che si costruisce una relazione con qualcuno. «Hai finito quel lavoro?» «Oh no, non l’ho ancora fatto!» «Be’, ti do una mano io»: è così che si costruisce la fiducia, non si fa in un giorno, non serve passare un periodo di crisi per imparare a fidarsi degli altri. È un lavoro lungo e che richiede pazienza, ed è nostra responsabilità inventare meccanismi che facilitino queste interazioni. Mi fa impazzire per esempio quando c’è qualcuno a cui sta suonando il telefono e lui è lì che lo fissa e poi ti dice “a questa non rispondo”. Oh, grazie, quanto sei buono! Quando esco a cena con gli amici lasciamo tutti i cellulari a casa; magari ce ne portiamo dietro uno, se dobbiamo chiamare un Uber o fare una foto al nostro pranzo (sono un idealista ma non sono un barbaro!). È come si fa con gli alcolisti: il motivo per cui si tolgono le bottiglie dalla casa di un alcolista è che l’alcolista non può fidarsi della sua forza di volontà, non è abbastanza forte da superare la tentazione. Ma se rimuovi la tentazione gli rendi la vita più facile. Uno può anche dire “non guarderò il mio telefono”, poi magari è al ristorante con qualcuno che a un certo punto va in bagno e qual è la sua prima reazione? Prendere il telefono, perché non sia mai che io sprechi un minuto della mia vita a guardarmi attorno. Se però il telefono è a casa e sei obbligato a guardarti in giro, be’, è così che nascono le idee e l’innovazione: non con l’attenzione costante, ma facendo vagare la mente, osservando il mondo. Stiamo rubando tutti questi momenti ai nostri ragazzi. Non bisognerebbe mai mettere il telefono in carica di fianco al letto, ma in salotto, eliminare la tentazione. Ti svegli nel cuore della notte perché non risci a dormire? La tua prima tentazione sarà controllare il cellulare, che peggiora solo la situazione, ma se il telefono è nell’altra stanza… C’è chi mi dice «ma io lo uso come sveglia», al che io rispondo: «Comprati una sveglia! Se vuoi te ne compro una io. Costano 8 dollari». Sveglia o meno, il punto è che, che ci piaccia o meno, abbiamo una responsabilità importante, dobbiamo insegnare a questa generazione fantastica e piena di idealismo la fiducia in sé stessi, la pazienza, le capacità sociali, un equilibrio tra tecnologia e vita. Perché è la cosa giusta da fare.

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