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La prima fake news segnalata da Facebook forse non è una fake news

Lo strumento di controllo promosso da Mark Zuckerberg fa la sua prima vittima, e fa sorgere qualche domanda sul ruolo della satira

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Le fake news sono morte, sconfitte da Facebook e dal suo gruppo di esperti di bufale! Ci siamo liberati della più grande piaga della Rete, e d’ora in avanti sul social network vedremo solo contenuti veritieri e provenienti da fonti affidabili.

Questo, almeno, speravano a Facebook dopo l’attivazione del suo servizio anti-fake news, del quale vi avevamo parlato qui; in breve, si tratta di fact checking puro e semplice, condotto da una “giuria indipendente” (composta da membri dei siti specializzati PolitiFact, Snopes e FactCheck tra gli altri) e applicato a tutti quei contenuti che gli utenti flaggano come “discutibili”. Ispirandosi ai principi contenuti nel “codice internazionale dei fact checker”, gli esperti di Facebook possono così decidere di apporre a una singola storia (non alla pagina del sito che la pubblica) l’etichetta “Disputed”, una sorta di allarme rosso per un lettore, che in teoria dovrebbe approfittarne per informarsi altrove sullo stesso argomento.

Il sistema è andato online venerdì scorso, e come riporta Gizmodo ha fatto la sua prima vittima: il sito The Seattle Tribune, la cui storia intitolata “Trump’s Unsecured Android Device Source of Recent White House Leaks” si è beccata la non invidiabile etichetta. Tutto bene, dunque? Non proprio: basta fare un po’ di fact checking del fact checking. Il punto non è tanto che la storia sia falsa (per quanto sia vero che Trump usa ancora un vecchio telefono personale e poco sicuro per alcune comunicazioni), quanto che il sito da cui proviene non ha mai provato a spacciarla per vera: se cercate “seattle tribune” su Google, la prima pagina a cui verrete rediretti non è la home page ma questa, nella quale la pubblicazione si presenta come “una pubblicazione satirica e di intrattenimento” e procede spiegando che “se avete bisogno di aiuto professionale, per favore consultare un professionista” e “il Seattle Tribune non è pensato per bambini sotto i 18 anni”. Eppure, se provate a condividere l’articolo incriminato su Facebook, vedrete questo:

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A questo punto la domanda sorge spontanea: è giusto etichettare un sito di satira come “fake news”? Se il pezzo sul Seattle Tribune è una fake news, lo sono anche gli articoli di The Onion o, per restare in Italia, di Lercio? C’è una differenza: sempre secondo Snopes, il Tribune è una delle tanti divisioni locali di Associated Media Coverage, che non ha più un sito ufficiale (chi va su associatedmediacoverage.com viene rediretto, appunto, al Seattle Tribune) ma resiste su Facebook con una pagina che si presenta con lo slogan “News You Can Trust”, e che non indica da nessuna parte la sua natura satirica. Tutto ciò farebbe pensare che dietro a news come quella sui leak dalla Casa Bianca ci sia ben di più che la volontà di fare un po’ di satira, e che ci sia anzi un disegno politico preciso (mascherato da satira grazie a un disclaimer ben posizionato), esattamente quello che si cerca di sconfiggere nella battaglia alle fake news. E metterebbe invece al riparo i già citati The Onion e Lercio (sempre per restare su due esempi piuttosto conosciuti), che non hanno mai neanche provato a nascondere di essere siti satirici e che pubblicano notizie false (e divertenti) – e che infatti, su Facebook, vengono flaggati come [Satire]. In questo modo non si rischia però un processo alle intenzioni, o di proteggere dalla mannaia delle fake news solo alcuni siti “privilegiati”? E come fa un sito appena nato di satira “sana” a guadagnarsi la fiducia del social, e a non venire flaggato come “fake” alla sua prima uscita su Facebook? E poi: uno dei motivi per cui è facile cascare nella trappola del pezzo del Tribune è che la satira proposta dal sito non è particolarmente divertente o ficcante; è corretto penalizzare un sito che dichiara di voler divertire, solo perché non gli viene particolarmente bene, o perché i fact checker sono convinti che ci sia uno scopo politico dietro le attività del sito?

Insomma: lo strumento funziona (con i suoi tempi: il pezzo del Tribune è andato online il 26 febbraio ed è stato etichettato solo il 3 marzo), ma rimangono dubbi sulla sua implementazione, e soprattutto sulla scelta di Facebook di non prendere l’iniziativa e di lasciare la responsabilità in mano ai suoi utenti e ai suoi esperti. E qui si torna al problema fondamentale del social di Zuckerberg, che continua a dire di essere una piattaforma e non un sito di news, nonostante il suo quasi-monopolio sull’informazione online: la nostra opinione è che finché Facebook continuerà a rifiutare ogni responsabilità sui contenuti che distribuisce, la piaga delle fake news non verrà mai sconfitta, e che per diventare davvero una piattaforma leader nell’informazione di qualità, oltre che il social network più usato al mondo, Zuckerberg e soci dovrebbero prendere una posizione, anche a costo di perdere una fetta di utenti.

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