Muslim Ban

La Silicon Valley risponde al #MuslimBan di Trump

Non si sono fatte attendere le risposte delle aziende tech al decreto di Trump che limita in maniera drastica l’immigrazione da sette paesi a prevalenza musulmana.

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Venerdì scorso, il presidente americano Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo che ha congelato per 90 giorni gli arrivi da sette paesi a prevalenza islamica e ha bloccato per 120 giorni il programma per i rifugiati (fermi a tempo indeterminato, invece, quelli in arrivo dalla Siria), riducendo di oltre il 50% rispetto a 2016 il numero di persone accolte. L’inasprimento delle politiche di immigrazione riguarda anche i permessi elargiti per lavoro, il cui rinnovo automatico è stato bloccato. Inoltre, il fermo, a quanto sostiene Reuters, è esteso anche possessori di green card, ovvero residenti negli Stati Uniti, ma provenienti da quei sette stati, in caso di viaggio verso i territori nativi durante la durata del congelamento.

Una situazione caotica, che ha generato chiaramente un clamore enorme e ha provocato un’ondata di proteste, e anche diverse aziende e personaggi illustri hanno fatto sentire la propria voce, anche perché il decreto rischia di coinvolgere direttamente gli interessi di tutti. Fra i casi più clamorosi, per esempio, è l’impossibilità di Asghar Farhadi, regista iraniano di “The Salesman”, nominato come miglior film straniero agli Oscar 2017, alla cerimonia di premiazione. Dura e aspra la condanna al #MuslimBan (questo è l’hashtag di tendenza su Twitter) di molte persone appartenenti al mondo dello spettacolo, sintetizzate dalla posizione di Stephen King espressa attraverso un cinguettio che recita “Pensate a un hooligan che versa zucchero nel serbatoio di un’auto costosa e ben tenuta. Trump è quell’hooligan. L’America è quell’automobile”.

Non mancano le dichiarazioni dei CEO delle aziende più influenti della Silicon Valley, rivolte soprattutto ai propri lavoratori. Google e Alphabet INC si sono affidate a un comunicato interno, pubblicato da Bloomberg, in cui Sundar Pichai, CEO di Google, afferma che “Fa male assistere al costo umano di quest’ordine esecutivo sui nostri colleghi. Abbiamo sempre reso pubblica la nostra opinione sull’immigrazione e continueremo a farlo. Siamo preoccupati per l’impatto del decreto, così come nei riguardi di qualunque proposta che imponga restrizione ai dipendenti di Google e alle loro famiglie, e che può ostacolare l’arrivo di grandi talenti negli Stati Uniti”. Poche ore dopo, Sergey Brin, presidente di Alphabet, ha reso pubblica la sua presenza in un corteo di protesta all’aeroporto di San Francisco, rivendicando le sue origini di rifugiato.

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Anche Apple ha inviato un comunicato ai suoi dipendenti, è stato il CEO Tim Cook a farlo, prendendo le distanze da Trump dichiarando in maniera perentoria che Apple è contro il decreto. Zuckerberg ha utilizzato il suo social network per dichiarare la sua posizione pubblicamente definendosi “preoccupato come molti di voi riguardo l’impatto dei recenti decreti firmati dal presidente Trump” e ribadendo che è grazie alla grande politica di accoglienza che l’America è diventato una grande nazione, ricordando come anche le sue origini siano straniere. Anche Satya Nadella, CEO di Microsoft e immigrato, è sulla stessa linea: “Come immigrato e come CEO, ho potuto constatare in entrambi i casi l’impatto positivo che l’immigrazione ha avuto sulla nostra azienda, sulla nazione e sul mondo intero. Continueremo a difendere questa posizione”. Analogo il pensiero di Jeff Bezos, CEO di Amazon, che ha provato a rassicurare i suoi dipendenti ribadendo quanto l’azienda creda nell’immigrazione: “Siamo pronti ad aiutare tutti i nostri dipendenti e i loro familiari che sono stati in qualche modo toccati da questa ordinanza, attraverso il supporto e la consulenza legale, e continueremo a monitorare la situazione fino a ulteriori conseguenze”. Diretto e brutale, invece, è stato Reed Hastings, CEO di Netflix, su Facebook: “Le azioni di Trump stanno danneggiando gli impiegati di Netflix in tutto il mondo, e sono così non-Americane che feriscono ognuno di noi. Ciò che è anche peggio, è che queste decisioni renderanno l’America una nazione meno sicura (attraverso l’odio e la perdita di nazioni alleate), non più sicura”.  Conciso, come il suo social impone, Jack Dorsey, CEO di Twitter, che in un cinguettio definisce irritante la scelta di Trump.

Diverso, invece, il comportamento di Travis Kalanick e Elon Musk, rispettivamente a capo di Uber e Tesla e rappresentati della Silicon Valley nei meeting alla Casa Bianca, come decretato a dicembre. Entrambi i CEO, tacciati oramai di aver tradito l’essere anti-Trump e aspramente criticati sui social, hanno aspettato qualche ora in più dei colleghi a prendere una posizione. Kalanick è stato molto dettagliato e democratico, invitando tutti a moderare i toni e comprendendo il disappunto, e ha annunciato immediato supporto ai suoi dipendenti coinvolti e ha preso l’impegno di discuterne con Trump al primo incontro. Musk si è affidato a Twitter, derubricando come non esattamente brillante la mossa di Trump. Un portavoce di Tesla ha dichiarato, poi, che il CEO della compagnia si augura che sia una sciagurata posizione in attesa di una migliore politica di immigrazione sul lungo periodo. Che è poi la speranza di moltissime persone.

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