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La storia dell’uomo che ha commesso un omicidio su Facebook

E che è poi passato al live streaming, promettendo altre morti

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Pasqua di sangue su Facebook: sembra il (brutto) titolo di un giornale scandalistico ma è purtroppo la verità. È successo ieri a Cleveland, alle due di pomeriggio ora locale: un uomo di 37 anni, Steve Stephens, ha pubblicato sulla sua pagina Facebook un video nel quale uccide con un colpo di pistola alla testa Robert Goodwin Sr., 74 anni; subito dopo averlo postato, Stephens è andato in diretta su Facebook Live, dall’interno della sua macchina, da dove ha dichiarato che «ho ucciso 13 persone, sto lavorando alla quattordicesima in questo momento. Sto girando in macchina in cerca di stronzi da uccidere», per poi concludere con «I just snapped man, fuck», «ho perso la testa, cazzo». Il video è stato cancellato da Facebook (e l’account di Stevens sospeso) un paio d’ore dopo la pubblicazione, non prima di aver fatto il giro del social ed essere stato visto (probabilmente condiviso) da migliaia di persone. «È un crimine orrendo e contenuti di questo tipo non sono ammessi su Facebook» è stata la reazione del social. «Dobbiamo fare meglio di così».

La storia è ovviamente orribile, ma non solo: è anche problematica per il sito di Zuckerberg, che si ritrova un’altra volta a confrontarsi con l’annoso dilemma. E cioè: che cos’è Facebook, precisamente? E soprattutto: è possibile moderarlo? Non è la prima volta che Facebook Live, rilasciato un anno fa, finisce sotto processo: in passato ci sono state polemiche per la facilità di trasmettere contenuti pornografici, per esempio – una possibilità, peraltro, in netto contrasto con le velleità censorie dimostrate altrove dal social, come dimostra il caso dei video rimossi perché mostravano le violenze perpetrate dalla polizia. E d’altra parte lo stesso Zuckerberg aveva dichiarato, in occasione del lancio di Live, che il mezzo sarebbe servito per «condividere contenuti grezzi e viscerali»: poche cose rispondono a questa definizione meglio del video di un omicidio in diretta.

Questo non significa, ovviamente, che Facebook sia contenta di ritrovarsi video come quello di Stevens sui propri server; significa però che, nel suo costante tentativo di deresponsabilizzarsi e di trattare la propria piattaforma come un semplice strumento in mano agli utenti, il social non ha preso in considerazione le possibili conseguenze di lanciare una funzione come Live e non moderarla in alcun modo. In una nota pubblicata sulla Newsroom della compagnia, il vicepresidente Justin Osofsky spiega che «in seguito a questi terribili eventi, stiamo ricontrollando le modalità con cui ci vengono riportati i contenuti, perché vogliamo essere sicuri che la gente possa segnalarli il più facilmente e velocemente possibile» – in altre parole, Facebook continua a non dimostrare alcuna intenzione di bloccare certi contenuti alla fonte, preferendo lasciare la responsabilità del controllo all’interno del social nelle mani degli utenti. Una posizione che sembra difficile da difendere, considerando che lo stesso Osofsky, appena una riga dopo, spiega che «in questo caso, non abbiamo ricevuto segnalazioni relative al primo video, e la prima segnalazione relativa al secondo – quello con l’omicidio – è arrivata solo un’ora e tre quarti dopo che il video è stato postato». Cosa succede se il video di un omicidio (o qualcosa di analogo) non viene riportato da nessuno? Se prima di venire segnalato viene condiviso da migliaia di persone e la sua diffusione diventa inarrestabile? Davvero Facebook può continuare a dichiararsi neutrale rispetto alle azioni dei suoi utenti? Perché la piattaforma social dovrebbe avere meno responsabilità di, per esempio, una piattaforma televisiva che controlla attentamente qualsiasi cosa venga trasmessa sui suoi canali (e viene bombardata di critiche per ogni minimo errore)?

È il solito discorso che portiamo avanti ormai da anni: Facebook deve decidere che cosa vuole essere, e soprattutto deve finalmente ammettere che il suo ruolo non è più quello di un semplice social network. È quello di un editore: il 44% degli americani prende le sue notizie dal social, sempre più siti producono news e contenuti esclusivi per la piattaforma, e Facebook ha di fatto già cominciato a implementare strumenti editoriali e di selezione dei contenuti (seppur appoggiandosi almeno parzialmente agli utenti e alla loro buona volontà, tanto per cambiare). Forse in futuro questo periodo di incertezza verrà ricordato come “il paradosso di Zuckerberg”, che vuole un sito aperto, grezzo e viscerale ma blocca foto di nudo perché troppo scabrose, che vuole che tutta Internet (stampa, content creator, influencer) si trasferisca sulle sue pagine ma che non è in grado di tenerle pulite a sufficienza da evitare omicidi in diretta e che reagisce a casi come quello di Stevens scrollando le spalle e spiegando che «possiamo fare meglio». Quando finalmente il social avrà capito che cosa vuole essere (e soprattutto se vuole assumersi le responsabilità dei contenuti che ospita), siamo sicuri che molti dei suoi problemi si scioglieranno come neve al sole.

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