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Perché il vero nemico di Uber in Italia non sono i tassisti, e perché Uber non è il nemico dei tassisti

Una sentenza del Tribunale civile di Roma ha, di fato, reso completamente illegale Uber in Italia. Vittoria dei tassisti? Forse, ma in realtà si tratta di una sconfitta per lo Stato italiano. Intanto Uber farà ricorso.

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Il rapporto di Uber con il nostro paese è, da sempre, molto complicato. Il punto della questione è la concorrenza tra il servizio offerto dall’azienda di San Francisco e le norme che regolano le licenze per i tassisti e le automobili a noleggio con conducente. Di certo, nel corso della sua storia, la compagnia di Travis Kalanick non ha mai brillato per la sua capacità diplomatica, e ha sempre cercato di far valere la forza della sua App invadendo, di fatto, i diversi mercati nazionali. Puntualmente, in base alle norme vigenti nei vari paesi la situazione è stata regolata ex post, dopo qualche polemica e con la regolarizzazione del servizio offerto dall’App: in alcuni paesi il servizio UberPOP, quello low cost che permette a tutti di diventare autisti e guadagnare è stato sospeso, in altri è stato normalizzato attraverso licenze (come a Londra), in altri ancora è diventato Uber X e ha una sua normativa che in sostanza lo rende analogo a quello di altre compagnie private che fanno servizio taxi. Nel nostro paese, invece, la situazione di crisi si è protratta per molto più tempo e, sin dal 2015, è finita più volte in tribunale. Il punto è sempre lo stesso: concorrenza sleale a taxi e Ncc, con le associazioni di categoria pronte a scendere in campo contro Uber. Se su UberPOP il discorso è facilmente comprensibile, data la complicata burocrazia italiana (e i costi, nonché i limiti) per ottenere una licenza, negli ultimi giorni la questione è salita alla ribalta riguardo UberBLACK, il servizio professionale di Uber riservato ad autisti professionisti, visto che il Tribunale civile di Roma ha deciso, con una sentenza abbastanza sorprendente, accogliendo il ricorso di tassisti e autisti Ncc decretando fuorilegge anche UberBLACK, imponendo l’oscuramento totale di tutti i servizi entro 10 giorni, con divieto immediato di promozione del servizio. In sostanza, stop definitivo a tutte le auto nere di Milano e Roma, con severe pene in caso di inadempienze.

La sentenza, emanata dal giudice Alfredo Landi, in sostanza dichiara UberBLACK fuorilegge perché gli autisti, seppur muniti di regolare licenza, non dovendo rispettare le “tariffe predeterminate dalle competenti autorità amministrative”, possono fornire un servizio a “prezzi più competitivi” e regolarsi in base alle “esigenze del mercato”. Concorrenza sleale, dunque, proprio come prima del Tribunale di Roma, aveva sancito anche il Tribunale di Milano il 26 maggio 2015, inizio della battaglia tra Uber e la legge italiana, e ribadito poche settimane fa a Torino, dove il Tribunale il 22 marzo aveva confermato il divieto, su tutta la nazione, alla versione POP dell’App, ribaltando di fatto la causa che Uber aveva intentato contro le associazioni dei tassisti. È pur vero che nella sentenza romana non viene demonizzata l’App in sé, e che viene ribadito come, se agisse nel rispetto delle autorimesse Ncc locali, sarebbe tendenzialmente legale, di fatto aprendo a nuove possibilità di business per le agenzie presenti sul territorio. Eppure, perché nel corso di questi anni si è preferito fare la guerra a Uber invece che immaginare alternative (volendo c’è MyTaxi, ma l’azienda tedesca non ha mai davvero investito sul territorio italiano) tecnologicamente valide?

Il problema della sentenza rimanda alla questione principale che, fondamentalmente, rappresenta l’ostacolo maggiore alla presenza di Uber in Italia e, parallelamente, il motivo per cui tassisti e Ncc negli ultimi anni sono scesi di sovente in piazza, anche quando l’azienda di San Francisco non era così minacciosa: la mancanza di una normativa che regoli i trasporti con autista (taxi e Ncc) al passo con i tempi, razionalizzando il problema delle licenze e garantendo uno sviluppo del settore. La norma vigente risale al 1992 (LEGGE 15 GENNAIO 1992, n. 21 – GU n. 018 del 23/01/1992) e prevede una postilla abbastanza fuori dal mondo: ovvero che ogni autista Ncc passi per il garage della propria agenzia tra una corsa e l’altra. Impensabile già all’epoca, anacronistico oggi. La legge è stata rimaneggiata di anno in anno, e quel divieto è stato arginato da alcune soluzioni temporanee, riamandando di fatto la soluzione del problema, e creando una frattura praticamente insanabile tra governo e associazioni di categoria, che si sono viste congelare il pacchetto normativo proposto nel 2008 e mai diventato legge. Questo pacchetto avrebbe da un lato riorganizzato in maniera precisa le licenze, ma avrebbe imposto limiti molto stringenti sulla natura dei servizi Ncc, e avrebbe impedito di fatto ogni forma di ingresso di un nuovo player non radicato sul territorio. A monte della natura delle norme, però, sta di fatto che dal 2008 al 2017 lo Stato ha semplicemente fatto cadere tutti i limiti e i divieti senza riorganizzare il settore, fino ad arrivare al decreto Milleproroghe che compra un altro anno al governo prima di sistemare la faccenda. Nel frattempo, però, la tecnologia ha fatto passi da gigante, e se nel 2008 di Uber non se ne sentiva neanche il bisogno, nel 2017 la situazione è profondamente cambiata, e il paragone tra un servizio agile e immediato e un altro antiquato e fermo a causa dell’immobilismo normativo è abbastanza impietoso. Negli ultimi mesi i tassisti e gli autisti Ncc hanno protestato a prescindere da Uber, sebbene l’azienda di San Francisco sia diventato il vero capro espiatorio di una vicenda che affonda le sue radici in un problema ben più grave. I tassisti hanno ragione a protestare e a chiedere una normativa diversa, che tenga conto anche della concorrenza, sleale o meno, di altri servizi. Uber, di suo, ha ragione a trovare difficilmente accettabile la sentenza, tanto più, e questa è una nota data dall’utilizzo dell’App in altri contesti, il servizio UberBLACK non è necessariamente più economico di un taxi (lo è di un’auto Ncc, sicuramente), ma d’altronde uno dei motivi principali per cui si utilizza Uber è la user experience, non tanto la questione economica.

D’altronde, il buco normativo è anche la leva su cui Uber ha fatto pressione nella sua unica dichiarazione relativa alla sentenza, affidata ai social:

“Siamo allibiti per quanto annunciato dall’ordinanza che va nella direzione opposta rispetto al decreto Milleproroghe e alla normativa europea. Faremo appello contro questa decisione, basata su una legge vecchia di 25 anni e che non rispecchia più i tempi, per permettere a migliaia di autisti professionisti di continuare a lavorare grazie all’app di Uber e alle persone di avere maggiore scelta. Ora il governo non può perdere altro tempo ma deve decidere se rimanere ancorato al passato, tutelando rendite di posizione, o permettere agli italiani di beneficiare di nuove tecnologie come Uber”.

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