sirene

Qualcuno ha hackerato le sirene anti-tornado di Dallas

E le ha fatte suonare tutta notte: un disagio per la città, ma anche un segnale preoccupante

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«Vi siete mai chiesti che suono fa la fine del mondo?». Se lo chiedeva ieri sera su Twitter l’utente ManicPixieDreamGay, residente a Dallas, Texas, commentando un video che aveva appena girato. Nel video, embeddato qui sotto, si vede la città ripresa dall’alto, e soprattutto si sente un suono costante e piuttosto invadente: è quello di una sirena, nello specifico una sirena d’allarme che viene solitamente utilizzata per avvertire la cittadinanza in caso di eventi atmosferici imminenti e potenzialmente distruttivi – un tornado, per esempio. C’è stato un tornado a Dallas ieri, quindi? Assolutamente no: come ha spiegato un portavoce della città, c’è un hacker dietro all’attivazione simultanea di tutte le 156 sirene d’emergenza di Dallas.

Il sabotaggio è cominciato poco prima della mezzanotte ora locale (quasi le cinque del mattino da noi), e le sirene hanno continuato a suonare per tutta la notte: 15 “giri”, ciascuno dei quali durato circa 90 secondi. La cittadinanza, com’è facile immaginare, non l’ha presa bene: la città di Dallas ha contato più di 4.000 chiamate al 911 nelle prime ore della notte, comprese quelle arrivate da persone che si chiedevano se l’America fosse sotto attacco, dopo le ultime turbolente settimane tra Siria e Corea del Nord – l’allarme è rientrato solo quando gli ufficiali della città sono riusciti a spegnere il sistema di allarme. A prima vista, sembra di essere di fronte a uno scherzo di cattivo gusto e su scala decisamente più larga del normale; in realtà, l’hacking del sistema di allarme di Dallas (a parte la considerazione che avrebbe potuto causare danni decisamente maggiori) è un segno preoccupante dello stato della sicurezza delle infrastrutture americane, e neanche il primo.

Già l’anno scorso, la stessa Dallas era stata protagonista di un hacking di massa di alcuni cartelli stradali, un’operazione neanche troppo complicata da compiere se è vero che online esistono manuali per farlo senza fatica. Lo scorso dicembre, in Ucraina, si è assistito a un’operazione ancora più pericolosa: l’hacking della rete elettrica di Kiev, probabilmente condotta da un gruppo di hacker russi, gli stessi che, almeno in un primo momento, sembrava avessero preso possesso di una centrale elettrica nel Vermont. Che si tratti di veri pericoli o di falsi allarmi, il segnale è forte: come spiega un esperto di sicurezza su Wired, «attacchi di questo tipo continuano ad arrivare, e finora nessuno ha fatto danni, ma cosa colpirà il prossimo? L’acqua? Le fognature? Dobbiamo imparare la nostra lezione, non liquidare il tutto come un incidente isolato».

Anche perché, nel caso dell’hacking alle sirene di Dallas, si è trattato di un attacco particolarmente raffinato: la rete di sirene non è infatti connessa via Internet, ma usa un sistema di comunicazione via radio, per motivi di sicurezza. Per entrare in un sistema del genere bisogna conoscere le frequenze radio su cui trasmettere, oltre ai codici necessari per accedere al sistema; senza contare le ulteriori misure di sicurezza: il segnale di attivazione parte dal centro di controllo, ma viene poi interpretato e decodificato dalle singole sirene, che stabiliscono se l’input è reale. Chi è riuscito ad accendere l’intero sistema di allarme di Dallas, dunque, aveva accesso diretto alla rete, il che potrebbe far pensare che si sia trattato di un sabotaggio interno oppure a un’opera di certosina ricostruzione di tutti i codici necessari – un attacco pianificato ed eseguito nel corso di mesi, piuttosto che improvvisato all’ultimo momento. Torna la domanda di prima: che cosa succederà quando attacchi di questo genere colpiranno infrastrutture fondamentali? Ci sono già prove che dimostrano quanto sia facile hackerare i sistemi di allerta meteo diffusi via smartphone, quelli via televisione, persino le dighe. Il problema è sempre il solito: conosciamo l’esistenza di questi attacchi, li sappiamo riconoscere e sappiamo anche riparare ai loro danni, ma abbiamo un grosso problema di sicurezza alla fonte – un altro esperto di sicurezza ha detto a Wired che «nella mia esperienza, network di questo tipo sono insicuri per questioni di ignoranza, non di pigrizia». In altre parole, è arrivato il momento di riconoscere il rischio che il cyberterrorismo pone alla nostra sicurezza, non solo a quella dei nostri dati custoditi in cloud, e di adeguarsi. L’alternativa è questa:

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