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Sarahah, il gioco (quasi) anonimo dell’estate

Sarahah è evidentemente l’App dell’estate. Si tratta di una piattaforma sociale dove è possibile ricevere messaggi in forma anonima su se stessi. Nasce come App di self-improving, ma è diventata immediatamente una moda sociale, nel bene e nel male.

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Sarahah è l’App dell’estate: in pochi giorni è saltata in cima alle classifiche degli store e le bacheche di Facebook sono intasate di baloon su sfondo verde con i messaggi più disparati, rigorosamente anonimi. Qualcuno di voi si ricorderà di Ask.Fm, sito sociale che si basava grossomodo sullo stesso funzionamento, salito alla ribalta nell’agosto del 2013 per il caso Hannah Smith, ragazzina quattordicenne del Leicestershire che si è tolta la vita e la cui bacheca ha fatto molto discutere per la presenza di messaggi d’odio la cui paternità non è stata mai chiarita. Un caso limite, certo, ma che al solito mette immediatamente un campanello d’allarme sulla percezione dell’anonimato sul web come deresponsabilizzazione sui contenuti pubblicati.

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In ogni caso, Sarahah teoricamente è vietato ai minori di 17 anni, e ha migliorato non di poco il meccanismo di Ask.Fm: funziona anche da cellulare in maniera estremamente comoda, si integra perfettamente con i social network, ed è teoricamente nato per un fine nobile, ovvero avere un feedback anonimo sulle proprie capacità. Creato dal programmatore saudita ZainAlabdin Tawfiq, Sarahah in arabo significa onestà, l’App è nata per browser nello scorso anno, ma è proprio l’arrivo su smartphone che le ha garantito il successo, che ha immediatamente fatto cominciare una reazione a catena prima su Snapchat, e poi su Facebook. La possibilità di condividere i messaggi ricevuti in formato grafico, infatti, può alimentare la discussione pubblica e, in certi casi, effettivamente aiutare ad avere una percezione di sé migliore, o alternativamente prenderla più alla leggera e farsi quattro risate con gli amici. Il contraltare è la ricerca del sensazionalismo a tutti i costi, ma è lo scotto da pagare di quando si mette la propria persona, sebbene virtuale, alla mercé dell’anonimato sul web.

Come funziona? Ci si può registrare tramite l’App, scaricabile da App Store o Google Play, oppure anche dal browser, in pochi semplici passaggi. Una volta creato il proprio profilo si può sia gestire la propria bacheca messaggi, esercitando un minimo di controllo su chi può postare i messaggi (per dire, si può disabilitare la possibilità di postare a chi non è registrato all’app) e segnalando la presenza di commenti inappropriati. Soprattutto però, si può condividere sui propri profili social il link al profilo, e invitare amici, parenti e conoscenti a scrivere pareri in forma anonima, per sapere davvero cosa la gente pensa di noi. Tutto bellissimo? Forse, ma l’ossessione di massa per Sarahah nasconde un lato voyeuristico abbastanza inquietante, un po’ come la puntata di Black Mirror dove l’accesso alle risorse è consentito solo a chi, su una piattaforma sociale, ha un rating sufficientemente alto. Per quanto sia facile farsi quattro risate, la sensazione dell’istigazione al commento anonimo segna il trionfo della marcata vena narcisistica che imperversa nella deriva sociale del web, dove qualsiasi occasione è buona per mettersi in competizione con se stessi e con gli altri. Lo scenario è bizzarro ed equamente composto da commenti a fuoco e in linea con lo scopo dell’App, battute più o meno divertenti e una quantità di self-marketing evidente, tra influencer che usano (e falsificano, perché tanto è anonimo, e ci si può serenamente inviare un commento da soli) i messaggi come strumento di promozione e come distintivo di notorietà.

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Chiaramente, etichettare come moralista un’interpretazione del genere è facile e per certi versi giusto, ma in clima social sempre più incline all’odio indiscriminato e alla polarizzazione estrema delle opinioni, abbiamo davvero bisogno del pubblico anonimato per discutere di noi stessi? L’anonimato, sul web, è una tematica importante, per certi versi fondamentale, per preservare la privacy all’accesso dei servizi, ma non può essere una scusa per deresponsabilizzare ulteriormente le persone, già forti del filtro dato da un monitor e una tastiera. Ancora, si potrebbe obiettare che in fondo è solo un gioco, un’App nata per un motivo nobile e che qualsiasi piattaforma può essere utilizzata per fare cyberbullismo. Verissimo, ma che senso ha fornire l’arma perfetta a chi, di base, non sa già utilizzare la rete? Detto questo, è vero, Sarahah può essere il gioco dell’estate, a patto di rispettare e far rispettare le regole, cosa che in realtà sta già vacillando. Già da ieri, infatti, impazzano metodi più o meno ortodossi per aggirare l’anonimato delle risposte e risalire al mittente, visto che a quanto pare c’è una falla nel codice dell’App che permette di individuare l’id del mittente se loggato tramite social. I primi casi di backfire da commento acido, infatti, sono già capitati, rovinando discussioni, amicizie, e immagine sociale delle persone coinvolte. Insomma, siamo sicuri che ne valga davvero la pena?

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