USA: al via la vendita dei dati della cronologia web degli utenti?

Negli USA passa la votazione per l’abrogazione del divieto ai provider Internet di vendere i dati di navigazione degli utenti.

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La vendita delle cronologie web e dei dati di navigazione è una sola firma dall’essere realtà: quella di Trump. In pochi giorni, infatti, il Senato e la Camera statunitense hanno votato per l’abrogazione di una normativa imposta dall’amministrazione Obama lo scorso ottobre, che sottoponeva i provider internet a uno stretto controllo della FCC (Federal Communication Commission). Attraverso la regolamentazione vigente, in sostanza, i diversi erogatori di connessione Internet americani (ISP, internet service provider) non potevano rivendere alcuna informazione relativa alla navigazione web senza consenso esplicito da parte degli utenti. Di fatto, i diversi provider venivano equiparati a veri e propri servizi di informazione, e il controllo della FCC ne disciplinava le possibili intrusioni nella privacy degli utenti. Le due votazioni sono terminate sul filo di lana, segno che neanche tutti i repubblicani fossero convinti della decisione del partito, tanto che alla Camera ben 15 esponenti del partito di maggioranza hanno votato contro.

L’abrogazione della normativa, proposta dal Partito Repubblicano (che detiene la maggioranza in entrambe le camere), è stata promossa perché, a detta di Jeff Flake, senatore del partito del neo-presidente, “la normativa è confusionaria e inutile, e aggiunge un ulteriore e soffocante regolamento a internet”. Peccato, però, che eliminare il controllo della FCC ed equiparare i provider a fornitori di servizi come Facebook e Google, sostanzialmente, vuol dire dare il via libera alla vendita dei dati di navigazione per fini pubblicitari. In termini pratici è chiaro che la maggior parte di quei dati vengono già utilizzati ampiamente dai colossi del web, ma c’è un dato fondamentale a rendere questo provvedimento inquietante: Facebook, Amazon, Google sono servizi che l’utente “paga” (a volte inconsapevolmente, o, meglio, dandogli fin troppo poco peso) con i propri dati, esplicitando un consenso, e volendo possono essere evitati, mentre un provider di internet è necessario per connettersi e dunque non è possibile evitare di essere tracciati. Inoltre, Google, Facebook e Amazon possono tenere conto delle nostre abitudini sul web, ma non hanno direttamente accesso alla nostra cronologia. Non in maniera immediata almeno, e soprattutto, possono vendere soltanto i dati che gli concediamo. Virtualmente, invece, un provider può accedere a tutto ciò che riguarda l’esperienza di navigazione nel momento in cui crolla la garanzia che l’esperienza sul web sia in un certo senso “soltanto dell’utente” e di una società che custodisce e ha a cuore la sua privacy, la situazione degenera. A nulla, infatti, servono le modalità privacy dei browser, e l’unica alternativa potrebbe essere l’uso costante di VPN che rimbalzano la navigazione su ISP di altre nazioni, ma anche in quel caso la situazione potrebbe non essere ideale dal punto di vista della privacy.

Nel momento in cui Trump ratificherà l’abrogazione della FCC Internet Privacy Rule, infatti, i diversi provider avranno il permesso, a partire dal prossimo 4 dicembre, di vendere i dati al miglior offerente. AT&T, Verizon e gli altri colossi della comunicazione web diventeranno ancora più potenti, e presumibilmente si aprirà una vera guerra in termini di privacy, nonché un precedente importante nella storia della comunicazione mondiale. A vegliare sui dati sensibili dell’utenza, con una FCC senza poteri, sarà solo la FTC (Federal Trade Commission), che però eviterà la vendita “solo” delle informazioni più riservate, come identità di figli e minori, dati bancari e sanitari. Insomma, nel momento in cui il neo presidente degli Stati Uniti apporrà la sua firma sul foglio, la neutralità della rete e la privacy delle cronologie web subiranno un colpo notevole.

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